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| 12 feb 2023 | 12:18

"Inaccettabile collaborare con una Federazione che fa capo a un governo che non rispetta le donne". La coach Campedelli lascia la Nazionale di volley iraniana

L'avventura della commissaria tecnica originaria di Mori era cominciata a Teheran nel 2021 quando la Federazione mondiale di pallavolo l'aveva selezionata per affidarle la guida della prima squadra femminile. L'intervista a Il Dolomiti: "Ciò a cui non ero preparata era la situazione che si è venuta a creare dopo la morte di Mahsa Amini, ha condizionato molto la mia 'tranquillità' nel lavorare"

"Inaccettabile collaborare con una Federazione che fa capo a un governo che non rispetta le donne"
Foto (dx) d'archivio
di Francesca Cristoforetti

TRENTO. "Per me era diventato inaccettabile collaborare con una Federazione che fa capo a un governo che non rispetta la vita e le elementari libertà della persona e che non rispetta le donne". Con queste parole la trentina Alessandra Campedelli, intervistata da il Dolomiti, abbandona il ruolo da commissaria tecnica della Nazionale di pallavolo femminile dell'Iran, decidendo di non rinnovare il suo contratto, terminato il 31 gennaio scorso. "La prima motivazione è etica", aggiunge.

 

L'avventura di Campedelli a Teheran era cominciata nel 2021 quando la Federazione mondiale di pallavolo l'aveva selezionata per affidarle la guida della prima squadra di volley femminile iraniana, inserendosi in un progetto di sviluppo dello sport per le donne. Campedelli, 48 anni originaria di Mori, era già conosciuta in Italia, dopo aver portato la Nazionale italiana femminile sorde ad altissimi livelli (conquistando un argento alle Olimpiadi, un oro agli Europei e un argento ai Mondiali).

 

A inizio 2021 si era così trasferita in Iran per seguire le giocatrici. Ma lo scorso anno, a seguito delle proteste per l'ingiusta morte di Mahsa Amini, 22enne curda morta mentre si trovava sotto la custodia della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, Teheran era diventata la città cuore delle proteste di donne e giovani che rivendicavano diritti e libertà. "Non ero preparata a questa situazione. Questo ha condizionato molto la mia 'tranquillità' nel lavorare e nel mettermi a disposizione di una Federazione che negava tutto", prosegue Camepedelli.

 

Di seguito riportiamo l'intervista integrale.

 

Con il 31 gennaio si è conclusa la Sua esperienza in Iran. Perché ha deciso di non rinnovare il contratto con la Nazionale?

Mi è stato proposto con una email il rinnovo del contratto, ma io non ho accettato. Nessun incontro per discutere. Nessuna risposta alla mia email. Le mie motivazioni erano chiare: una etica, era diventato per me inaccettabile collaborare con una Federazione che fa capo a un governo che non rispetta la vita e le elementari libertà della persona. Che non rispetta le donne. Una Federazione che negava anche ciò che stava succedendo dicendomi che 'le proteste sono normali, in ogni Paese ci sono proteste e malcontento, anche in Italia'.

 

Una professionale: non ci sono i presupposti per poter lavorare per 'far realmente crescere la pallavolo femminile'. La Federazione, come ha specificato, in modo a mio avviso ridicolo, cerca risultati immediati. Non è nemmeno in grado di rendersi conto che la pallavolo femminile in Iran parte da una situazione generale talmente di basso profilo che per provare a raggiungere i livelli delle prime dell'Asia servono anni e anni di lavoro, a partire dal basso, non dalla Nazionale Senior.  

 

La medaglia d'argento ai Giochi Islamici (le donne iraniane, 74esime nel ranking mondiale non salivano su un podio dal 1966), battendo 3-1 in semifinale l’Azerbaijan (al 32esimo posto nel rancking mondiale), ha dimostrato che lavorando bene piano piano ci si può avvicinare, ma per adesso le prime squadre asiatiche sono lontane anni luce. Se pensano davvero che con la sola mia presenza e con solo pochi mesi di lavoro si sarebbe potuto raggiungere un risultato simile, non fanno che dimostrare la loro poca competenza in materia e il loro tipico atteggiamento di pensarsi onnipotenti.

 

La Federazione non è realmente stata disponibile a cambiare e riconoscere gli ‘'errori' passati. Sono ancora troppo ancorati ad abitudini e 'doveri politici', anche nello sport.  E ciò non si sposa con la volontà di progresso.

 

E' stata una decisione sofferta? 
Da un lato sì, anche molto. Sono ancora nella fase in cui alla felicità di essere tornata si contrappone alla tristezza e alla preoccupazione di aver in qualche modo abbandonato le mie ragazze e le allenatrici che si erano affidate a me per la loro formazione, che in me hanno creduto e che hanno sperato nella mia presenza e nel mio lavoro. Non è affatto facile. È come se avessi lasciato 'il mio lavoro incompiuto' e non è da me. È proprio per queste ragazze, per queste donne, che ho deciso di portare a termine il mio mandato fino alla fine.

 

Secondo Lei non è stato possibile portare avanti cambiamenti strutturali?

Premetto che sono davvero grata di avere avuto l'occasione di fare questa esperienza. L'ho voluta fortemente e mi sono messa in gioco consapevole che avrei sicuramente incontrato delle difficoltà date dalla situazione culturale e socio-politica del Paese, ma che, tuttavia, all'epoca sembravano consentirmi di lavorare con serenità. Sono partita con tantissimo entusiasmo, aspettative e sogni, conscia del grande potenziale umano che ancora sono convinta che l'Iran abbia per sviluppare la pallavolo femminile.

 

Non immaginavo però di incontrare tanti ostacoli, o meglio, pensavo ci fosse realmente la voglia da parte di entrambe le parti di affrontarli e superarli in maniera costruttiva in nome di un unico obiettivo che doveva essere quello di sviluppare la pallavolo femminile iraniana e di portare nel tempo, la Nazionale tra i primi 4 posti dell’Asia al cospetto di squadre come la Cina, il Giappone, la Corea e la Thailandia che occupano posizioni di spicco nel ranking mondiale. Purtroppo ci ho messo poco a capire che la Federazione non era realmente pronta a dare tanto reale spazio alle donne. Forse perché solo in pochi al suo interno lo desideravano realmente. Per la maggior parte erano solo 'parole', solo un modo per 'attirare le attenzioni e i favori' del popolo pallavolistico e non.

 

Quando ho deciso di accettare la proposta ero davvero convinta che attraverso il mio lavoro nella pallavolo avrei potuto aiutare le mie giocatrici a sognare in grande. A credere in se stesse e nelle loro reali possibilità. A prendere coscienza che con un lavoro adeguato e con pazienza ci si sarebbe, con gli anni, davvero potute avvicinare alle prime delle classe.
 

Per migliorare la posizione nel ranking dell’Asia, in cui ci sono alcune tra le prime formazioni al mondo, serve partire dal basso. Va messo in discussione il sistema di formazione delle allenatrici donne (uniche a poter allenare le donne); va messo in discussione e ricostruito il sistema dei campionati giovanili (che ora sono inadeguati rispetto alle potenzialità e alle ambizioni di risultato); va ricercato un rapporto diverso con tutte le Province e non solo con quelle 'politicamente più ricche'; va costruito 'un sistema' che porterebbe però a qualche modifica nell'organigramma e alla necessità di scegliere alcune figure 'per merito' e non 'per conoscenza'. Vanno formate e motivate tutte le figure 'professionali' necessarie a far crescere un movimento che, ricordo, devono essere tutte donne. 

 

Io ho provato a 'dare suggerimenti', ma la paura di alcune figure di 'perdere la poltrona' o di essere messi in discussione ha fatto sì che ogni mio tentativo venisse vanificato. Ho provato più volta a specificare che il mio intento era di essere propositiva, di aiutare a crescere, non di 'criticare il passato'.

 

La situazione politica in che modo ha influito sulla sua decisione di andarsene?
Ciò a cui non ero preparata era la situazione che si è venuta a creare in Iran dopo la morte di Masha Amini e che ha condizionato molto la mia 'tranquillità' nel lavorare e nel mettermi a disposizione di una Federazione che negava tutto.

 

Qual è stata la reazione delle giocatrici?
Molte ragazze e molte allenatrici mi hanno scritto dispiaciute e preoccupate per il loro futuro. Alcune so sono anche esposte sui social postando i loro ringraziamenti per aver cercato di valorizzarle e di aiutarle. E lo hanno fatto consce che ciò potrebbe creare loro difficoltà poi con gli alti capi. Che dire, è frustrante sapere di aver combattuto un anno contro i mulini a vento. Ma soprattutto è triste pensarle là e non poter far nulla per loro.

 

Che progetti ha per il futuro, adesso che è tornata?
Ho già ripreso e ne sono estremamente felice. A scuola, mi sento a casa. Sento di aver molto da dare e anche questa esperienza rappresenterà sicuramente un'importante testimonianza per i ragazzi che spero possa essere un piccolo seme da piantare per la loro crescita come persone e come cittadini, partecipi, attivi e consapevoli. Con la pallavolo? Sicuramente spero di avere la possibilità di mettere a frutto questa esperienza. Che qualcuno voglia scommettere su di me, sulle mie competenze e sulla mia passione per la pallavolo e per i valori che la pallavolo sottende.

 

Qui in Italia, si sa, per le donne non è affatto facile: anche a parità di valore, opportunità non se ne hanno. Troppi gli stereotipi. Troppi i luoghi comuni. Ad esempio rimango convinta che purtroppo, come primo allenatore, si pensi in generale che sia più efficace la figura maschile. E che anche una buona parte delle donne stesse lo pensi. Di strada ne abbiamo tanta da fare. Vedremo. La speranza è quella che almeno nei club guidati da presidenti donne, si possa accendere la 'volontà di sfidare gli stereotipi'.

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